7 lezioni importanti (sulla vita) che ho imparato facendo un puzzle

Forse, tutti siamo stati, almeno una volta, alle prese con un puzzleÈ anche possibile che non ne abbiamo memoria, dato che potremmo averci giocato da piccolissimi. Età a parte, ri-comporre la fotografia sulla scatola può essere un’esperienza eccitante, una sfida o un gioco noioso. Sia che lo facciamo insieme ad amici, con i nostri familiari o da soli.

A chi si immerge in questo rompicapo, non importa se i pezzi sono mille o diecimila perché, come per ogni piacere, la fatica e il passare delle ore non contano.

Per quanto mi riguarda ho capito che dedicarsi alla realizzazione di un puzzle non è solo un passatempo, ma una fonte di scoperte interessanti…

Come cuccioli ci alleniamo ad affrontare le difficoltà della vita giocando

Le difficoltà sono per la precisione 3 (le mie) e si collegano a 3 momenti in cui ho pensato di non riuscire a completare il puzzle (di cui ti parlerò tra pochissimo). Per descriverle meglio, riporto l’aneddoto personale il quale ha dato vita a questo post.

Per come sono andate le cose, potrei intitolare questo breve paragrafo: “Puzzle bellissimi e come finirli“, e avrei dei validi motivi per farlo. Non tanto per la bellezza dell’oggetto, in quanto il giudizio è relativo, più che altro per le peripezie che sono sopraggiunte.

Ecco la storia: una sera, decido di iniziare un puzzle, il cui soggetto è un mappamondo antico. Allego qui sotto la foto che ho trovato mentre lo cercavo su Amazon. È composto da 1000 pezzi, una quantità abbordabile, il quale, una volta completato, supera di poco i 50 x 70 cm.Tralasciando le strategie adottate per risolvere il caos primordiale contenuto nella busta, passo a velocità Warp al punto della storia in cui entrano in scena i due tasselli mancanti, gli ultimi per finire il puzzle. Letteralmente mancanti. Spariti!

Per rendere l’idea del mio stato d’animo, guarda di nuovo la foto del puzzle e immagina due buchi: uno, appena sotto il centro dell’emisfero destro (in mezzo al Madascar); l’altro, in alto sul bordo, al centro, sulle lettere OB della parola DUOBIS.

“Una volta eliminato l’impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità” (Sherlock Holmes)

Armato di questo principio… Cado nello sconforto. Non ho molta dimestichezza con le deduzioni logiche. Ma, dopo aver chiesto lumi anche al gatto che dimorava nella casa dei miei genitori (del felino parlerò ancora in seguito) non mi resta altra scelta che riorganizzare le idee e improvvisarmi investigatore.

“Dunque, mancano due pezzi. Sono solo due. Dove possono essersi cacciati?”, mi chiedo. “Se sono qui nella stanza e il gatto non ha mentito… Li devo trovare per forza!”, rimugino bello deciso. “Ok. Immagina che i pezzi siano caduti per terra, come è molto probabile, e che siano rimasti ai piedi della piccola cassettiera su cui hai avuto la bella idea di assemblare i tasselli. Questo fino a quando qualcuno, entrando nella stanza, non abbia dato loro un calcio senza volerlo… In che direzione potrebbero essere stati scagliati?”. Rifletto, alzando la testa e guardando di fronte a me. “Eccone uno!”. Con un balzo che farebbe invidia al gatto atterro sotto il calorifero, sulla parete di fronte. DU-OB-IS, completata. Ora tocca al Madascar

“Quante cose sono avvenute inaspettate e viceversa, quante, che erano aspettate, non sono avvenute!” (Seneca)

Non me ne voglia Seneca se ho scomodato anche lui, ma ne ho bisogno per inquadrare la seconda delle tre peripezie: il ritrovamento del secondo tassello.

Dopo aver tappato il primo dei due buchi, mi concentro adesso sul “ciclope”. Cerco. Niente. Guardo ovunque: nelle tasche, nei cassetti, persino tra il pelo folto della schiena del felino. Nada. “Sarà evaporato” mi dico. Mi arrendo (in realtà, rimando. Sono sfinito).

L’indomani, intorno all’ora di pranzo, riprendo la caccia. Purtroppo senza successo. Ma proprio nel momento in cui quasi cedo alla rassegnazione, ecco che sento la “voce di Seneca”, alias mia madre che ha trovato l’occhio del ciclope perduto!

Quante cose sono avvenute inaspettate...”, recitava il grande filosofo spagnolo. E in effetti, mi sarei aspettato tutto, fuorché vedere l’ultimo pezzo attaccato a uno dei sacchetti del gelo, di quelli per conservare gli alimenti. In freezer.

“Il problema coi gatti è che hanno esattamente lo stesso sguardo quando osservano una farfalla o un efferato assassino” (Paula Poundstone)

Amo i gatti. Ne ho avuti cinque. E devo dire che la citazione si avvicina molto all’indole di questi felini in miniatura. Ma cosa c’entrano i gatti, adesso con il puzzle? E poi, i due pezzi che mancavano non sono stati ritrovati? Tutto a posto, no? Quasi…

Il puzzle montato sul piano della cassettiera (a prova di gatto, pensavo) è finito. Siliconato a spray, e pronto per essere incorniciato. Bellissimo. Mi piace. l mille pezzi metalizzati ora ci sono tutti. Che soddisfazione. Però, c’è SEMPRE un “però”, non ho fatto i conti con l’efferatezza assassina del pelosone di quasi 8 kg, il quale ha pensato bene di avere un incontro ravvicinato con la mia opera d’arte, arricciando con le unghie affilate — affilate per l’occasione, ne sono sicuro — qua e là il mondo antico. Sob.

Riassumendo

Nella foto che ho scattato con lo smartphone, il lieto fine dell’aneddoto, appeso al muro nella casa dei miei. Lontano dalla portata di qualsiasi felino.

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Photo Credit: Nick Murdaca

  • Non so se mi hai seguito fino a qui. Il racconto è un po’ lungo, lo so. In ogni caso, ti ringrazio per la stoicità! Se ti piace, il puzzle è questo: Antico Mappamondo
  • Dato che siamo andati lontani rispetto al titolo del post, è arrivato il momento di dare qualche spiegazione. Eccole

7 lezioni importanti (sulla vita) che ho imparato facendo un puzzle

1. Ordine. La prima cosa che ho imparato su me stesso. Finché nella mia mente regna la confusione (v. il caos primordiale dentro la busta) tutte le decisioni che prenderò saranno figlie di quella confusione mentale. L’esperienza delle deduzioni logiche (v. Sherlock Holmes) mi è servita per capire, una volta di più, quanto efficaci siano la calma e la ragionevolezza.

2. Fiducia. Occorre credere in noi stessi, e immaginarsi la soluzione per così dire. Per riuscirci, la prima domanda da porsi è la più onesta e sincera, a mio parere, di tutte le domande: “Cosa voglio, veramente?“.

3. Resistenza. Credere e volere sono energie atomiche! Ma, a volte, raggiungere l’obiettivo richiede sforzi immani. Dove trovare tutta la forza di cui ho bisogno? La risposta non è semplice, né ovvia. Ognuno di noi possiede la capacità di risorgere nel momento in cui la mente consapevole si arrende. La resistenza è una quinta essenza, una super potenza che va allenata e temprata ogni giorno…

Leggi anche: Come fare il pieno di energie dalla A alla Z

4. Pazienza. Il significato della parola “pazienza” deriva dalla latino patientĭa(m), deriv. di ti ‘sopportare’. Anche dall’antico patire (v. Wikipedia). Ecco, in qualche modo è vero: essere pazienti vuol dire anche soffrire. Non è una legge ineluttabile, ben inteso. Tuttavia, ciò che viene regalato, ergo ricevuto senza sforzo, non si attacca alla nostra pelle come farebbe una conquista.

5. Attendere. Mi dispiace contraddire l’amico Oscar Wilde, ma “L’attesa del piacere è essa stessa un piacere” non vale in ogni circostanza, almeno per me. Ho compreso che, in questo senso come in altri, sono limitato, in contrapposizione diretta con il punto 4. Trovo sia differente pazientare rispetto all’attendere. Questa sottigliezza ha fatto, e sta facendo, luce su alcune ombre del mio carattere. Work in progress.

6. Potere del giocoRisolvere un puzzle — il termine “risolvere” la dice lunga sulle sensazioni che si possono avere davanti a una moltitudine disordinata di frammenti — è un gioco solitario che si presta bene al lavoro di gruppo. Ho passato sere a dividere pezzettini di cieli, castelli e praterie con altre persone. Dicevo del gioco: l’unico e incontrastato scopo è ricomporre un’immagine esplosa. Dare forma compiuta a un caos, divertendosi, è una sensazione piacevole. Realizzare che si può apprendere all’interno di un contesto giocoso, anche da adulti, è di sollievo. Un po’ di leggerezza!

7. Conoscenza di sé. La più importante delle scoperte, per me. Il punto di arrivo naturale di un percorso a tappe. Come sovente accade, il vero banco di prova della tenuta della nostra personalità è l’esperienza diretta. Non voglio dire che un puzzle faccia crescere o sviluppi chissà quali potenzialità, penso solo che affrontare di petto un problema per quanto piccolo possa essere, sveli delle peculiarità significative sul tipo di carattere, sui punti deboli e punti di forza.

Se c’è una morale in tutto questo è che si impara sempre

Banale? Sì, lo è. Tanto banale, quanto sfuggente. Siamo così presi dal lavoro, dal raggiungimento degli obiettivi, dai problemi, persino dai nostri sogni…  che ci dimentichiamo come e perché lo facciamo?. Anche il viaggio fa parte della crescita, o no?

Cosa ne pensi? Dimmelo nei commenti.


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A tua discrezione. ;-)


Immagine in evidenza: Pixabay

 

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12 pensieri su “7 lezioni importanti (sulla vita) che ho imparato facendo un puzzle

  1. Anna Maria

    Come sempre , i tuoi racconti sono divertenti! Ma😧 mai banali, condivido il tuo pensiero che è (sempre stato anche il mio) riguardo la morale del racconto che si impara sempre qualcosa sia dal bene che dal male, da tutto e da tutti, io ne faccio sempre tesoro.
    Mi trovo d’accordo anche sulla differenza dei punti 4 e 5
    LA PAZIENZA è sia attesa che sopportazione, perché mentre sopporti attendi che finisca, che si risolva o che migliori la situazione che stiamo sopportando. La pazienza crea anche ansia.
    L’ATTESA invece vuol dire aspettare qualcosa o qualcuno , attendere che si verifichi un evento, che vada in porto un progetto ,attendersi, cioè dedicarsi a se stessi. Mi piacciono i tuoi racconti perché fanno sempre riflettere. Evviva le tue lezioni.

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  2. Nick Murdaca Autore articolo

    Anna Maria, grazie. Davvero. Sì, c’è differenza tra Pazienza e Attesa. Una differenza emotiva, direi. Riuscire a cogliere la morale di un’esperienza; scoprire che esiste una sintesi, a me aiuta a capire la realtà dentro e fuori di me. E mi aiuta a decidere. In fondo, comprendere chiaramente le cose della vita, non è come unire i tasselli? Con un po’ di immaginazione, si potrebbe dire che anche le personalità sono come puzzle. In merito alla lezioni, ti devo contraddire, cara: “Non insegno: condivido”. Come da bio :-)

    P.S. Grazie della precisazione, su FB, sulle lezioni. Ti ho risposto lì.

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  3. Grazia Gironella

    Bentornato! :) Sono d’accordo con le tue considerazioni. Credo che un puzzle possa dare intuizioni come qualsiasi altra cosa venga non solo pensata, capita o immaginata, ma vissuta come esperienza. Mi sembra un lato un po’ carente nella vita di tanti in questo periodo: ci facciamo grandiose costruzioni mentali su tutto, ma mettiamo poco le mani in pasta, e in questo modo restiamo alla superficie delle cose. (Mi hai anche fatto venire voglia di fare un puzzle… di avere un gatto no, sono “canofila”!) ;)

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    1. Nick Murdaca Autore articolo

      Ciao Grazia! Parlando di esperienza, le mie sono state in realtà due: la prima, comporre il puzzle. La seconda, inaspettata, scrivere dell’esperienza-puzzle. Inaspettata, perché questo post è nato dopo alcuni incidenti di percorso: i tasselli persi e il gattone arriccia puzzle — a proposito, anch’io sono “canofilo”, a mio modo, nel senso che ho convissuto per anni con un gatto e un cane. Spettacolari le scenette dei due con il pappagallo sul trespolo! — incidenti, senza i quali non lo avrei scritto. Intuizione & ispirazione, per cosi dire. Mi piace moltissimo la tua espressione “mani in pasta” e il significato a cui rimanda, spesso dimenticato; quasi sempre disatteso. Lietissimo di averti invogliata a farne uno. Quasi, quasi ne scelgo un altro!

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  4. Mr.Loto

    Penso che tu abbia ragione, da ogni cosa si può trarre un grande insegnamento e le sette qualità che hai elencato sono sicuramente alla base di una personalità equilibrata e felice.
    Ciao,buon fine settimana.

    P.S. Amo i puzzle ed i gatti! :-)

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    1. Nick Murdaca Autore articolo

      Ben ritrovato, caro Mr. Loto. Equilibrio e Felicità, basi per la personalità e fondamenta per la Vita. La strada per arrivarci è spesso impervia, ma conosciamo le indicazioni :)
      Abbiamo molto in comune!
      Alla prossima, e altrettanto buon fine a te.

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  5. Agostino Famlonga

    Come ti ho già scritto su FB, ho trovato l’articolo interessante e ben scritto.
    Puoi approfondire quello che intendi comunicare con:
    “Trovo sia differente pazientare rispetto all’attendere.”
    Da quello che scrivi pare che l’attesa è “neutra” mentre il “pazientare” sia collegato ad una sorta di sofferenza.
    È così?

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    1. Nick Murdaca Autore articolo

      Agostino, sono contento tu sia passato a leggere il post e che ti sia piaciuto.
      Rispondo alla tua domanda: sì, è così, in parte. Nel senso che anche l’attesa non è che mi procuri sempre tutto quel piacere, come invece succede a Oscar Wilde. Aspettare, a volte, mi rende nervoso. Spero sia umano. :)

      In merito al “pazientare”, ecco che qui il discorso si fa più impegnativo. Chiarisco il concetto di sofferenza (in origine: patire, sopportare) alla quale accenno nell’articolo: diversamente dall’attendere, pazientare è una sorta di impegno con me stesso; un lavoro a tratti faticoso. Penso alle volte in cui diciamo, o ci sentiamo dire: “Devi avere pazienza”. Hai notato le due parole “devi” e “avere” che richiamano un dovere e un possesso? Come se fosse una “conditio sine qua non” al fine di riuscire nell’intento? Nulla di grave e impossibile, ci mancherebbe.

      Semantica e percezione personale a parte, mi dai l’occasione di aggiungere una “lezione” che avrei potuto inserire alla lista delle “7”:

      8. Questa personale lezione è collegata alla n° 5, in cui ho messo in contrapposizione l’attesa e la pazienza. Mi riferisco a tutti quegli stati d’animo che si provano mentre siamo impegnati in un progetto. Alludo alla galleria di sensazioni, a volte diverse e contrastanti, che troviamo lungo il cammino.
      Se da una parte alcune emozioni ci frenano, altre ci incoraggiano ad andare avanti. Ma esiste una terza possibilità: possiamo trascenderle; sviluppare una sintesi tra quello che percepiamo in antitesi. Ecco che il dubbio si scioglie, che il viaggio si trasforma in meta, la paura lascia il posto alla fiducia e concludiamo che ciò che conta è l’esperienza.

      Grazie Agostino, per avermi dato l’opportunità di aggiungere una riflessione al post.

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      1. Agostino Famlonga

        Bellissimo spunto di riflessione. Mi piace come l’hai sintetizzato.
        Aggiungo io: chi effettua la sintesi? Tu, individuo consapevole di esistere. Senza un centro di autocoscienza le emozioni tirano in più direzioni, la risultante è uno stallo. Più sei consapevole di te, più questo processo avviene in modo del tutto naturale.
        Uno step successivo: originare le emozioni tramite la volontà.
        Un’emozione non può essere finta. Se sei triste non puoi fingere di essere felice, sarebbe come dare una mano di verde ad una pianta malata: la malattia avanza comunque.
        Le emozioni possono però essere evocate, che è diverso. Anche qui, dipende da quanto sei consapevole di te.

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  6. TADS

    complimenti per il blog e per le riflessioni, come ha già scritto qualcuno, niente affatto banali…

    uno spot della Campari recita: “l’attesa del piacere è essa stessa piacere”, autore dell’aforisma tale Gotthold Ephraim Lessing (non Oscar Wilde), filosofo, scrittore e drammaturgo Tedesco vissuto nel ‘700. Copyright a parte sarebbe d’uopo contestualizzare il concetto ma sulle direttrici dell’ottimismo è sicuramente condivisibile.

    perdonami se sintetizzo ma l’attesa è speranza (non sempre) mentre la pazienza è rassegnazione (non sempre), mettiamola sul piano della tendenza. Abbracciando questa tesi dovremmo parlare di aspetto positivo (l’attesa) e aspetto negativo (la pazienza), sta di fatto che l’attesa si nutre certamente di pazienza ma la pazienza vive l’attesa come una conditio sine qua non imposta.

    i puzzle sono esercizi per menti evolute ;)

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    1. Nick Murdaca Autore articolo

      Davvero grazie per i complimenti! E un altro grazie per la correzione in merito alla citazione.

      Sintesi perfetta,Tads. Sapere condensare un tema in una frase è un esercizio difficile, ma allo stesso tempo affascinante. Per pochi :)

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